LEONEL-LO SOAVI, DJALI I BOMBËS - LEONELLO SOAVI, IL FIGLIO DELLA BOMBA



Fort i respektuari zoti Flori Bruqi.

 Kam dëshirë t’ju nis për publikim tregimin: “LEONEL-LO SOAVI, DJALI I BOMBËS”, I DYTI TREGIM, PËR LIBRIN TIM TË PARË NË GJUHËN ITALIANE.
Respekte nga Kozeta Nushi
Brescia - Italy
3 mars 2014





NË ITALISHT NGA KOZETA NUSHI

LEONELLO SOAVI, IL FIGLIO DELLA BOMBA

Ci sono le persone che t’i imponano rispetto solo con la loro presenza, con il loro modo di comportamento, lasciando un bel ricordo, come un bel foto tutte le volte che li vedi.
Uno di quelli è Leonello Soavi, nato il 6 Marzo, 1945 a Casalpusterlengo. Lui ha vissuto a Piacenza, Codogno, Crema, Milano, Pordenone. Attualmente pensionato. Vive a Brescia. Si è diplomato al Istituto “Gonzaga” di Milano. Ha prestato servizio militare come ufficiale presso il 182° Rgt. Garibaldi a Sacile (PN). Ha lavorato per 35 anni presso la “Banca Comerciale Italiana”. È sposato con Raffaella Martinelli, insegnante in pensione.
Ha due figli: Marco e Michele ed un nipote, Giuglio, - figlio di Marco.
Marco vive a Vercelli, lavora in Polizia.
Michele vive in Lussemburgo. Lavora presso la “Ernest & Young”.
Anch’io ho un nipote che si chiama Gulio. L’unico che mi ha fatto piangere dalla nostalgia dopo il mio matrimonio.
Era abituato a giocare con me a nascondino e mi trovava sempre con la gioia. Dopo il mio matrimonio continuava di nuovo a cercarmi dietro le porte, piangendo che non mi trovava più, facendomi a piangere anche me quando sentivo parlare di lui, e quando sentivo il suo belissimo voce al telefono.
Senza parlare tanto per me e mio nipotino Giulio, vorrei dividere con voi un forte emozione che mi ha lasciato Leonello quando un giorno stavamo per parlare per i vechi ricordi del tempo di guerra, trasmessi a noi, da nostri genitori:
– … “ io sono stato soprannominato il figlio della bomba” “… sono stato nella pancia della mia madre, bloccata nel rifugio sotto un cumulo di macerie.. . … e un graduato dell’ esercito tedesco, quando la stava aiutando ad uscire, lo faceva con le lacrime agli occhi… “ – cosi racconta lui impressionato dalle parolle della sua mamma, lasciandomi anche a me impressionata in un tale punto che cerco di sapere di più, per scrivere uno dei miei racconti per il secondo libro che publicherò. Però la sua storia è cosi toccante e mi spinge di togliere uno dei miei racconti, scritti prima da me e mettere nel suo posto i ricordi di Leonello Soavi.
1944 -45 . La guerra come mi è stata raccontata
Sono nato pochi mesi prima che la guerra finisse; ma alcuni episodi di questo periodo sono rimasti nella mia mente cosi come me li hanno raccontati i miei genitori che li avevano vissuti in prima persona.
I bombardamenti
Sino al 1943 a Piacenza la guerra era rimasta sostanzialmente lontana; quello che veniva portato a nostra conoscenza dalla stampa e dai militari che tornavano in licenza, si riferiva a battaglie fuori dal nostro paese: in Africa, in Grecia, in Russia. Se non fosse stato per il razionamento dei beni di prima necessità, le popolazioni civili avevano continuato la vita di tutti i giorni con l’unico angoscioso sentimento di preoccupazione ed ansia per padri, mariti, figli, impegnati nei combattimenti sui vari fronti. Ma dopo l’8 Settembre 1943 le cose cominciarano a cambiare; gli alleati, per minare la resistenza delle forze dell’ Asse che progressivamente risalivano l’Italia abbandonando prima il Meridione, poi la linea “Gustav” per attestarsi sulla linea “Gotica”, iniziarono sistematici bombardamenti sulle città, sugli snodi ferroviari, sui ponti e su tutti i punti nevralgici al fine di farle capitolare più rapidamente.
La nostra città non ne fu risparmiata in quanto era un punto strategico sia per la comunicazioni ferroviare e stradali, sia per la presenza di numerose caserme, dell’ arsenale militare, del genio pontieri, del Genio ferrovieri Tedesco, di fabbriche per la produzione ed il caricamento di proiettili per l’artiglieria.
Alla fine dell’ estate del’43 ci fu un violento bombardamento, che interessò tutta la città, effetuato per rendere inservibile la fabbrica di munizioni “Pertite”.
Durante la notte del 13 Maggio 1944, al fine di mettere fuori uso lo smistamento ferroviario di Piacenza,che si trova a ridosso del centro cittadino, venne effettuata una nuova incursione aerea che distrusse gli immobili vicini alla stazione provocando 32 morti tra i civili.
L’incursione notturna causò solo danni parziali allo scalo ferroviario per cui gli alleati scatenarono tra il 12 e il 15 luglio 1944 una più vasta azione di bombordamento con due ondate successive che impegnarono circa 80 velivoli B24 che scaricarono sulla città 180 tonnellate di bombe distruggendo definitivamente lo snodo ferroviario, il ponte stradale sul Po e provocando altre distruzioni alla città con la morte di 40 civili. Le “fortezze volanti” avevano raggiunto l’obbiettivo e, al fine di evitare il ripristino delle strutture, per tutto il 1944 e il 1945 continuarono gli attacchi alla città.
Raccontava mia madre:
“Ero incinta di tre mesi del mio secondo figlio e, in una giornata sul finire dell’estate del 1944, mi ero recata con la mia primogenita a trovare mia suocera.Poco dopo aver raggiunto la sua abitazione suonò improvvisamente l’allarme e, in previsione di una imminente incursione aerea, scendemmo nel rifugio sotto casa. Per un lungo tempo non avvenne nulla, il tempo passava e cominciavamo a supporre che si fosse trattato di un falso avviso; nel frattempo mia figlia si lamentava di aver sette ed allora la nonna, assieme ad un altro inquilino, usci dal rifugio per salire in casa a procurarsi qualcosa da bere. Erano trascorsi pochi minuti quando si scatenò il finimondo: era arrivato lo stormo aereo che era stato preannunciato e che scaricava il suo carico di morte sulla città. Una di queste bombe colpi la casa, si spense ogni illuminazione e ci trovammo bloccati nel rifugio sotto un cumulo di macerie. Non ricordo quanto tempo trascorse, mia figlia piangeva, altre persone che si trovavano con noi erano atterrite ed angosciate per il trascorrere delle ore senza che nessuno arrivasse a liberarci da quella prigione; la mia preoccupazione era acuita dalla mancanza di notizie sulla fine che avesse potuto fare mia suocera che, imprudentemente, si era allontanata dal rifugio. Poi cominciammo a sentire sopra le nostre teste qualcosa che si muoveva, poco a poco i rumori si fecero più vicini ed alla fine la luce entrò attraverso l’uscita di sicurezza che era stata sgomberata dalle macerie, strisciando attraverso lo stretto cunicolo, una alla volta, uscimmo all’aperto.
Tutto attorno a noi era distruzione ma quello che mi rimase maggiormente impresso nella mente era il fatto che un graduato dell’esercito tedesco che, assieme ad altri genieri, mi stava aiutando ad uscire, lo faceva con le lacrime agli occhi, senza dubbio immaginava che la medesima apocalittica distruzione si abbatteva sulla sua città e sui suoi cari in Germania.
Per fortuna mia suocera si era salvata, la bomba che era caduta sull’abitazione ne aveva abbattuta solo una parte e lei era rimasta miracolosamente incolume, bloccata dal crollo delle scale, nell’ ala che non era diroccata: la stessa fortuna non era toccata all’inquilino che con lei era uscito dal rifugio. Dopo questo fatto decidemmo di abbandonare la città e di trasferirci in campagna presso degli amici che ci ospitarono sino alla fine delle ostilità, nel frattempo, ai primi di Marzo, era nato il mio secondo figlio che per lungo tempo venne soprannominato “il figlio della bomba”.
Raccontava mio padre:
“Alla fine del 1943 avevo dovuto trasferirmi, per motivi di lavoro, da Piacenza in un paesino della bassa Padana sull’ altro lato del fiume Po. Il mio lavoro si svolgeva principalmente in ufficio ma, per poter raggiungere i clienti della zona e recarmi periodicamente a Milano dove era ubicata la Direzione Centrale dell’azienda, essendo i mezzi di trasporto pubblici quasi inesistenti, mi era stata messa a disposizione una vecchia “Topolino”. Muoversi per la pianura Padana con qualsiasi mezzo di trasporto costituiva un costante pericolo: da un momento all’altro potevi vedere apparire veloce nel cielo “Pippo”. Cosi erano chiamati gli aerei inglesi della RAF che verso la fine della guerra compivano rapide incursioni nel nord dell’italia con lo scopo di atterrire le popolazioni civili e dimostrate ai responsabili della “Repubblica Sociale Italiana” la loro impossibilità a difendere il territorio e continuare inutilmente una guerra ormai persa. “Pippo” mitragliava indiscriminatamente qualunque cosa si muovesse sulla pianura. Ben lo sapeva il proprietario della cascina in cui eravamo sfollati al quale era stato ucciso il figlio che su di un piccolo biroccio trainato da un cavallino percorreva un tratturo in mezzo ai campi ed all’avvicinarsi del piccolo velivolo non aveva ritenuto di proteggersi convinto di non essere un obbiettivo interessante: lui ed il cavallo furono trovati morti, falciati da una raffica di mitraglia.
Un pomeriggio dell’inverno 1944, sull’imbrunire, mentre ritornavo da Milano con la “Topolino”, il mio compagno di viaggio mi disse in tono allarmato di fare attenzione ad un rumore che si avvicinava, tolsi il piede dall’acceleratore, rallentai la corsa ed udii chiaramente il rombo di un aeroplano; arrestai immediatamente l’autovetura e assieme al compagno ci buttammo in un fosso, fortunatamente asciutto, a fianco della strada. Con rumore assordante l’aereo scese a volo radente sulla strada e dopo una breve sventagliata si allontanò. Terrorizzati uscimmo dal fosso e ci avvicinammo alla vettura. La capote di tela era stata sforacchiata dai proiettili. Da quel momento sino alla fine della guerra, avvenuta pochi mesi dopo, la “Topolino” rimase ferma nella sua autorimessa.
RACCONTO SCRITTO IL
22 FEBBRAIO 2014

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