RICORDI DI UNA VITA



AUTRICE:KOZETA NUSHI – ALIKAJ




La mia vita, secondo me, non è stata sempre perfetta, giusta. Forse è un po’ difettosa, pesante. Ma alla fine, a me piacerebbe pensare che la vita è semplicemente così, una grande sorpresa quotidiana piena di sorprese piccole per tutti quanti; dove ognuno di noi vive senza sapere cosa ci riserverà il futuro.
Amo la mia vita e mi sento anche fortunata perché ho conosciuto la signora Vera P. che ha compiuto 91 anni. Nessuno può immaginare quanta energia ha questa donna. Vera ti regala veramente la freschezza di una fontana. La sua vita, secondo lei, è stata sempre abbastanza tranquilla, senza forti scossoni e senza particolari emozioni. Che bello! La sua mente è così ben ordinata, come i libri sugli scaffali di una biblioteca. Parlando con lei scopro sempre che ha mille cose da raccontare. È un libro aperto della storia. Peccato di non poter parlare più a lungo con lei. È da un anno che cerco di trovare un po’ di tempo per raccogliere i suoi ricordi che non posso comprare neppure per tutto l’oro del mondo.
Succede che una sera, proprio lei mi porta un paio di libri da leggere. Dentro ad uno di questi, vedo un tesoro che pensavo perduto. Questo tesoro si chiama “RICORDI DI UNA VITA”.
Incomincio a sfogliarlo e sono molto emozionata tanto che qualche lacrima di gioia non si fa attendere. Anche il giorno successivo, continuando a leggere questo libro, le emozioni non mi abbandonano, anzi aumentano e se penso che Vera è arrivata a 91 anni così presente e lucida da scrivere persino questo libro, devo confessare che ho un po’ di invidia per tutto ciò.
Capita che Elisa, una delle mie amiche mi chiede, come sempre, come sto ed io, come sempre, le rispondo che sto bene e che la vita va avanti e io insieme con lei. Ma poi le confesso che ho bisogno di raccontarle quanto sono emozionata per un’amica che è più fresca di una quarantenne, anche se ha compiuto 91 anni… e le racconto tutto.
Elisa mi sorride dicendomi che anche Vera, può gioire insieme a me perché è una cosa bella e importante sentirsi utili soprattutto quando gli anni avanzano.
Queste parole completano la mia gioia. Alla fine ho bisogno di credere che sia così.
Questo tesoro ora vorrei condividere con voi e se avete qualcosa da dirmi la mia e-mail è questa:
kozeta.nushi kiocciolalibero.it

Ecco per voi:
I RICORDI DI UNA VITA

Nella prima metà del 900, la vita era molto diversa da quella che viviamo oggi.
Nei piccoli paesi, la scuola elementare aveva solo le prime tre classi, che erano obbligatorie per legge. Nei centri più popolosi le classi erano cinque. I pochi ragazzi che potevano proseguire gli studi dovevano raggiungere la città ogni giorno con i mezzi pubblici, oppure vivere in un collegio. I miei genitori scelsero la situazione più sicura e mi sistemarono in un educandato, dove rimasi fino al conseguimento del diploma magistrale.
La vita in comunità era sistematica e monotona; miravano soprattutto a trasformarci da ragazzine spensierate in adulte educate e responsabili.
Si dormiva in camerate da dodici letti, separati uno dall’altro da una tenda bianca che di notte veniva stesa per rispettare la “privacy” ed assicurare un sonno tranquillo. I pasti venivano consumati nel refettorio con i tavoli disposti a ferro di cavallo, utilizzati solo da un lato in modo che tutte le commensali avessero il viso rivolto verso il centro. Durante la colazione ed il pranzo si poteva parlare, a cena invece bisognava rispettare un rigoroso silenzio. Una educanda volontaria si sedeva in mezzo al refettorio e leggeva qualche pagina che raccontava la vita di un santo, preceduta dalla lettera di un capitolo del manuale della buona educanda. Dopo qualche mese tutte lo conoscevano a memoria e quando la lettrice perdeva il segno, si alzava un coro di voci che terminava la frase. La suora di turno non apprezzava il nostro intervento generoso, anzi si mostrava indifferente e continuava la lettura.
Nel luglio del 1939 ottenni il diploma e ripresi la vita di famiglia. Credevo di aver raggiunto la felicità, invece pochi mesi dopo scoppiò la seconda guerra mondiale e la vita divenne più dura.
Dopo l’occupazione dell’Etiopia e dell’Albania furono comminate all’Italia le sanzioni che avevano frenato il nostro sviluppo tecnologico ed impedita l’importazione di prodotti di vasto consumo come il petrolio, il cotone ed il caffè.
Si scherzava dicendo che quando Vittorio Emanuele era re, si beveva il caffè; quando fu imperatore se ne sentì l’odore, ed ora che è re d’Albania non si sa più che c’è ne sia.
Siccome mancava la benzina, le auto private erano inutilizzate ed i mezzi pubblici molto scarsi. La corriera, che univa il mio paese alla città, effettuava soltanto due viaggi al giorno, perciò gli studenti ed i lavoratori, per coprire quotidianamente i 15 km di strada, con il buono ed il cattivo tempo, potevano usare solo la bicicletta. Se pioveva si riparavano con un grande mantello o con l’impermeabile che copriva anche il manubrio e per difendere le mani dal freddo le infilavano in manicotti di pelle di coniglio conciata in ca-sa ed applicate alle manopole della bicicletta.
L’unico mezzo motorizzato che circolava era il camion che trasportava i blocchi di trachite dalle cave dei Colli Euganei alla città ed oltre.
I camionisti conoscevano di vista i pendolari che ogni giorno percorrevano in bici la loro stessa strada, perciò, quando li vedevano, fermavano il camion; i ciclisti, aiutandosi a vicenda issavano sul cassone le biciclette e si sedevano sulle pietre fino alla periferia della città, dove dovevano scendere per non incorrere in qualche sanzione.
Al mattino tutto andava bene, ma il ritorno, alle 13 circa, era spesso avventuroso perché a quell’ora, di solito, passavano nel cielo le “fortezze volanti” che andavano a bombardare Milano, Genova o Torino. Suonava l’allarme e la contraerea cominciava a sparare perciò il camion si fermava sotto un albero e gli occupanti si nascondevano nel fossato, se era asciutto, altrimenti cercavano rifugio in qualche fattoria.
Nei primi due anni di guerra il disagio era per lo più fisico ma, dopo l’armistizio che l’Italia aveva firmato con gli alleati, la situazione divenne più delicata perché avevamo i nemici in casa; dovevamo difenderci dai nostri alleati e dai nostri nostalgici fascisti che collaboravano con i tedeschi e segnalavano le persone che non dimostravano i loro stessi ideali politici.
Una sera del novembre 1942 si presentarono in casa mia tre militari delle S.S. tedesche, prelevarono mia madre e me con l’accusa di aver ascoltato radio Londra, ci portarono in caserma e ci rinchiusero in una cella fredda, arredata con un tavolaccio puzzolente ed un bogliolo che fungeva da water. Eravamo disperate, ma ci consolava il fatto che avevano ignorato mio fratello renitente alla leva e quindi punibile con l’invio in un campo di concentramento. Anche fra le milizie tedesche, famose per la loro crudeltà, c’era qualcuno che, se poteva, si comportava con umanità! Per interessamento del direttore della caserma il giorno dopo io fui liberata e mia madre trasferita al carcere femminile di Padova dove rimase fino alla vigilia di Natale. Io ho ripreso subito il mio lavoro di insegnante. Al mattino avevo la mia classe (60 maschi di quarta). Al pomeriggio mi occupavo di alcuni ragazzini che non potevano frequentare corsi regolari perché l’edificio scolastico era occupato dai militari tedeschi e quindi inutilizzabile. Qualcuno mi pagava, uno mi portava mezzo litro di latte della sua mucca e gli altri mi dicevano “grazie”. Questa era la mia vita e quella di gran parte degli italiani in quelli anni sfortunati, poi, con la pace, piano piano la situazione migliorò e di tante sofferenze rimase solo un doloroso ricordo.
Ora ho 91 anni ed il mio sonno è diventato più leggero; spesso rivivo col pensiero il mio passato e rivedo luoghi che sono cambiati a causa del progresso e volti di conoscenti, amici, colleghi e scolari che non ho più incontrato, ma che hanno lasciato in me un ricordo per qualche particolarità del loro carattere: intelligenza, simpatia o per i sentimenti e la sensibilità che dimostravano nel loro modo di agire e di esprimersi.
Ricordo uno scolaretto di terza classe che descriveva così la sua mamma: “Mia mamma è tanto povera ma è ricca solo di pensieri”;… e dopo un’abbondante nevicata: “ Questa mattina mi sentivo un re: tutti gli alberi mi facevano l’inchino”.
Una bambina invece era affascinata dalle parole nuove che trovava nel libro di lettura, le faceva sue e le usava, non sempre in modo appropriato, nei suoi discorsi.
Che ne sarà stato di loro? Avranno potuto mettere a frutto la loro sensibilità ed il loro spirito di osservazione?
Mi ricorderanno con simpatia e gratitudine come io ricordo alcuni dei miei insegnanti, o mi avranno cancellata completamente dalla loro mente?
Una mia ex scolara, che ora ha 47 anni e lavora come ricercatrice in una università canadese, ogni anno a Natale mi scrive un’affettuosa lettera d’auguri.
Non tutti mi hanno dimenticata! E aggiunge ancora qualche battuta.
Spigolature
A tavola, in casa Mussolini.
Figlio: “Papà, che cosa è il fascismo”?
Benito, mangia e taci!
Il girotondo dei nipotini del Duce rifugiati in Svizzera:
Giro, giro tondo, la guerra è in tutto il mondo.
Se vincernno i tedeschi allora stiamo freschi
Se vince l’Inghilterra, mio nonno va per terra.

Restrizioni
Sempre nel periodo della guerra ogni cittadino aveva una carta annonaria, con la quale poteva acquistare mensilmente una certa quantità di derrate alimentari.
Chi dimostrava di usare la bicicletta per motivi di lavoro aveva diritto all’acquisto di un copertone ogni anno. Sulle strade sterrate (quelle non sterrate erano pochissime) il battistrada si usurava facilmente ed il copertone veniva rinforzato all’interno con pezzi di vecchi copertoni che facevano rimbalzare la ruote; i muscoli del braccio doloravano per le vibrazioni.

Opere d’arte
A Praglia, frazione di Teolo, dove io abitavo, esiste un’abbazia benedettina famosa per il suo refettorio e per la chiesa che contiene molte opere di pittori famosi e la cui facciata è opera di Leon Battista Alberti. Nel vasto locale, sotto il sagrato della chiesa furono nascosti i cavalli che figurano sopra il portale della chiesa veneziana di S. Marco durante gli anni della guerra perché non venissero danneggiati o trafugati.
Qui finisce RICORDI DI UNA VITA e io mi sento in dovere di ringraziare di cuore questa meravigliosa amica che mi ha fatto rivivere alcuni intensi momenti della sua giovinezza.

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